
Il fumo dalle finestre e gli elicotteri nel cielo di Ponticelli, nella notte del 13 maggio 2008.
Uno scenario da guerra civile.
La folla in strada ad urlare, baracche incendiate con le molotov, ragazzi armati di spranghe di ferro in sella ai loro destrieri motorizzati, schieramento di Forze dell’Ordine, fiamme alte nella notte e decine di persone sfollate – senza meta.
Uno scenario da guerra civile.
Madri che stringono al petto figli neonati, bambini spauriti che cercano riparo, cancelli assaltati dal popolo inferocito. Dall’altro lato della barricata, tra il popolo inferocito, signore che urlano «’cca appicciamme tutte cose!», minacce di morte, ragazzi che esultano e ridono e godono dello spettacolo. Perché uno sgombero atteso da tanto è uno spettacolo imperdibile. Perché l’agitazione dei cittadini che ha la meglio sulle azioni di una politica malfunzionante, è una vittoria.
Quello che è avvenuto a Ponticelli nella notte tra il 13 ed il 14 maggio –uno scenario da guerra civile!- non è che il triste e vergognoso epilogo di una situazione arrivata ormai al limite della sopportazione.
Il problema Rom, a Ponticelli, è un problema cui da tempo si cerca una soluzione. Invano.
Pare che gli insediamenti Rom siano incompatibili con la vita della società civile del quartiere. Perché i Rom hanno una cultura che non consente alcun tipo di integrazione, perché i Rom sporcano, perché i Rom rubano, perché i Rom rapiscono i nostri bambini, perché i Rom non pagano le tasse. Perché, in sostanza, scelgono di non essere cittadini.
Poi, il casus belli. Domenica, una ragazzina Rom entra in una casa, viene vista da una giovane donna nell’atto di portar via la sua bambina di sei mesi; la donna ferma la ragazza, riprende sua figlia, ed intanto urla, allerta il vicinato.
Arrivano le forze dell’ordine ed arrestano la ragazza, dopo averla sottratta ad una folla di decine e decine di persone. Sembrava stessero per lapidarla.
Da lì in poi è stata un’escalation di violenza e intolleranza. Carabinieri e polizia hanno dovuto presidiare i campi Rom per difenderli dagli attacchi feroci dei napoletani. Lunedì pomeriggio l’area di Ponticelli in cui sono situati i maggiori campi Rom è rimasta quasi completamente paralizzata dalla cittadinanza insorta. In nottata la polizia ha dovuto scortare i Rom -concentratisi tutti nel campo più grande, quello di via Malibran, per sentirsi più protetti- in una zona che non è stata resa nota. La polizia ha dovuto scortare i Rom. Non perché opponessero resistenza. Ma perché le vie d’uscita dal campo erano prese d’assedio. «Ce ne andremmo via anche domani, ma se usciamo da qui ora ci ammazzano», dice una ragazza.
Le scene a cui si è assistito sono state descritte come scene da deportazione. Gli episodi più forti si sono verificati presso il campo Rom, stanotte. Ma in tutto il quartiere si è potuto registrare un clima di intolleranza opprimente. Al punto che due donne romene sono state interdette dal fare la spesa in un supermercato. Al punto che un uomo romeno fortuitamente incappato in un gruppo di napoletani è stato schiaffeggiato in strada. All’appello mancano solo le ronde, poi il quadro sarebbe completo.
Oggi. Arriva la convalida del fermo per la ragazza accusata di tentato rapimento. E i campi continuano a bruciare. Il fumo continua ad avanzare su via Argine, forse per impedire che i Rom tornino indietro. Perché lì, a via Malibran, non ne è rimasto più nessuno.
Viene da interrogarsi su questa esplosione d’odio popolare.
Facile, rispondono alcuni. I Rom dovevano andar via, e la gente li ha giustamente cacciati. Il tentato rapimento di una bambina ha solo dato fuoco a polveri che erano pronte a scoppiare da tempo.
Elementare, rispondono altri. La gente si è mobilitata perché nessun altro l’ha fatto. Perché il problema doveva risolverlo lo Stato (o il Comune, o la Municipalità). Ma lo Stato non c’è. Non qui. Non nelle lande desolate della periferia di Napoli. Non c’è lo Stato a togliere i rifiuti, non c’è lo Stato a togliere i Rom, preferiamo fare da soli.
Io però continuo ad interrogarmi, e a non trovare risposte.
Non mi spiego, ad esempio, perché se una ragazza romena tenta di rapire una bambina, allora sono i Rom che rapiscono i bambini; se un uomo romeno cerca tra i rifiuti, allora fa parte della “cultura dei Rom” cercare tra i rifiuti; se un individuo romeno non lavora, allora il popolo romeno è un popolo parassita.
Non mi spiego perché generalizziamo senza conoscere: senza sapere che le etnie Rom sono tante, ognuna con tradizioni secolari alle spalle, ognuna con una storia, ognuna con una cultura. Senza pensare che i Rom che vivono nel nostro territorio sono tanti (immagino qualcuno che, leggendo, esclamerà «anche troppi!»), e non tutti sono assoldati dalla malavita napoletana.
Non mi spiego perché è così anticonvenzionale pensare che una politica di integrazione seria sia possibile, con qualsiasi tipo di minoranza etnica e culturale.
Il nostro Stato, come tutti gli Stati civili, è dotato di leggi e di relative sanzioni per chi quelle leggi non le rispetta.
Che sia lo Stato con le sue leggi a regolare i rapporti tra i cittadini. Che sia la Giustizia dello Stato a punire chi compie reati.
Che siano garantiti a tutti, al di là del colore della pelle, del credo religioso, del paese di provenienza, quei fattori che contraddistinguono una società civile: la sicurezza, ma anche la certezza della pena; la possibilità di lavorare, ma anche il dovere di contribuire alle casse dello Stato; l’istruzione, ma anche l’obbligo di scolarizzare i propri figli.
Che si eserciti un controllo rigoroso affinché i diritti siano garantiti e i doveri rispettati. Per e da tutti.
Ponticelli in questi giorni ha visto un’esplosione di xenofobia e di odio razziale che poco si adattano all’immagine di Napoli: l’immagine di una città accogliente come poche altre, l’immagine di un ponte proteso verso le altre culture, l’immagine di un centro vivace e multiculturale in cui le minoranze etniche possono costituire una ricchezza.
Se fenomeni tanto gravi si sono verificati, è ora che ci si interroghi sulle responsabilità.
Lo sgombero dei campi Rom a causa di gravissimi disordini pubblici appare una soluzione troppo facile. Un modo comodo per sgravarsi da ogni decisione. Le istituzioni, che fino a questo momento hanno mostrato un polso decisamente debole riguardo al problema Rom (e ancora ci sarebbe da capire in che senso sono i Rom a costituire un problema: il problema non potrebbe, ad esempio, riguardare le condizioni che Napoli riesce –o non riesce- a garantire alle comunità Rom?), le istituzioni, dicevo, tengano ben presente che la corda, qui, è stata tesa troppo e si è spezzata. E se i Rom non ci sono più (sono altrove, a costituire un problema per altri) questo non ci esime da un’analisi critica e puntuale di quello che si è verificato in questi giorni di fuoco.
Dobbiamo imparare a convivere con chi si riconosce in valori diversi dai nostri. Fa parte di quel fenomeno inarrestabile che chiamano globalizzazione. Dobbiamo imparare non a tollerare i diversi, ma a cercare il confronto, a stabilire regole chiare di compresenza sul territorio, a rispettare gli individui intesi come singoli all’interno di un’unica società civile.
Il processo di apprendimento potrebbe richiedere molto tempo. È ora di mettere via le spranghe di ferro e di cominciare a darci da fare.
giulia
P.S. Il presidente Roberto ed il consigliere Giovanni dell’ Associazione “TerradiConfine” nella puntata di Matrix intitolata “Questione ROM” del giorno 14/05/08.
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